Per chi come me è madre di una bambina di cinque anni è arrivato il momento di iscrivere i propri figli alla scuola elementare. Da lunedì infatti il Ministero dell’Istruzione ha aperto le iscrizioni e, inutile dirlo, per le prime ore il sito è andato in tilt. Ieri sera anch’io e mio marito ci siamo messi all’opera e l’abbiamo fatto. Nonostante qualche rallentamento del sistema abbiamo ufficialmente iscritto la nostra piccola grande Sofia alla scuola elementare. Ritornare ai banchi di scuola dopo tanti anni, anche se questa volta non per noi ma per nostra figlia, fare i conti con iscrizioni, open day, POF, programmi didattici e quant’altro ha movimentato i nostri fine settimana, ci ha messo in testa tanti dubbi, pensieri e riflessioni, ma soprattutto ci ha fatto vedere qual è la situazione della scuola italiana oggi, e non quando l’abbiamo frequentata noi. Il bilancio? Sconfortante. In questi anni non ci siamo più interessati molto allo stato di salute della scuola non dovendola frequentare e il risveglio così è stato incredibilmente frastornante. Che fine ha fatto la nostra scuola? Quella che ci ha permesso di diventare le persone che siamo oggi, quella che ha creduto in noi, nei nostri talenti, nelle nostre ambizioni, quella che ci ha insegnato nozioni, dati, concetti, ma soprattutto che ci ha fatto diventare individui sociali in grado di discernere, di capire, di scegliere, di camminare per la strada della vita, che ci ha dato gli strumenti per farlo. La scuola di oggi, quella che proprio poche ore fa ha fatto i conti con le novità della “Buona Scuola” votata frettolosamente dai nostri politici sempre meno interessati al popolo, al suo futuro, al suo bene, di buono ha quella disperata voglia di non lasciarsi andare, nonostante tutte le situazioni avverse e gli ostacoli che incontra sul suo cammino. E’ una foglia aggrappata al ramo che insistentemente, prepotentemente resta appesa pur senza più linfa, sole, acqua, ma sconvolta dalle folate dei venti avversi, delle piogge più scroscianti e dal freddo più intenso sceglie, nonostante tutto, di continuare a vivere grazie a quegli insegnanti che credono ancora che risieda lì il cuore pulsante di una società evoluta, in buona salute e pronta ad affrontare le sfide del domani. Che eroi quegli insegnanti che con sempre meno stimoli, soldi, investimenti nell’aggiornamento, nel loro mestiere, vanno avanti giorno per giorno facendo i conti con la società che cambia più di chiunque altro; sì perché sono loro e non i nostri politici a vedere la globalizzazione che parte dai banchi di scuola e che devono preservare come un dono e non una minaccia, che affrontano le difficoltà di genitori che non sanno come tirare a fine mese, che magari non credono nel valore degli insegnamenti che giorno per giorno in quelle aule vengono dati, sfiduciati da un mondo che sembra non guardare più al talento, alla meritocrazia, al fare bene. Il compito dei maestri è pian piano diventato sempre più difficile e in pochi se ne sono accorti: maestri di vita e non solo di nozioni, hanno dovuto saper diventare diplomatici esperti che sanno ben dosare l’insegnamento con la disciplina, stando ben attenti in una società sempre più politically correct di non lasciarsi andare a giudizi, commenti o consigli troppo duri o troppo delicati, perché guai a dire una parola di troppo a genitori che delegano quasi tutto, ma mai la durezza di un no o di un brutto voto. Quante storie abbiamo letto sui giornali di insegnanti minacciati da padri, madri arrabbiati per una nota o un provvedimento troppo severo nei confronti del figlio. E allora le maestre devono stare a guardare, facendo un passo indietro, togliendosi di dosso quella responsabilità sociale che da sempre hanno ricoperto, un ruolo che aveva in sé tante sfaccettature, tante responsabilità, perché in fin dei conti i nostri figli passano quasi più ore con loro che con noi.

Povera scuola italiana lasciata senza soldi, senza insegnanti, senza riscaldamento a volte, senza strumenti e senza speranza. Le scuole che ho visto mi hanno fatto capire quanti tagli sono stati fatti, quante risorse sono state portate via da quella che in fin dei conti è la vera essenza di un popolo perché i bimbi di oggi, seduti su quei banchi, saranno la classe dirigente di domani, saranno il geometra, l’architetto, il cassiere, il giornalista, il politico, il cameriere, il maestro di domani.
E’ l’iniziativa privata sempre più presente che sta dando una mano alla scuola: sono gli insegnanti che nonostante tutto vanno avanti, sono i genitori che si impegnano, si fanno carico di costi e situazioni complesse, sono i bambini che credono ancora nel valore di quel luogo che è la scuola e sono anche le aziende come Esselunga che con le loro iniziative hanno portato una ventata di modernità nelle aule troppo spesso vecchie, ammuffite e anacronistiche. Guardo mia figlia e vedo tutta la sua ardente voglia di imparare, conoscere, scoprire, al suo desiderio di diventare grande e poter essere qualsiasi cosa essa vorrà (da una ballerina a una dottoressa, da una giornalista a una rockstar come dice lei :-)) e penso alle opportunità che i nostri politici stanno togliendo giorno per giorno a bambini come lei, negando il diritto più grande in una società evoluta, quello di imparare e di diventare adulti, moralmente, eticamente e socialmente evoluti.
Ricordo con grande piacere, con profonda tenerezza e amore i miei anni scolastici, ricordo la mia voglia di apprendere, la mia gioia nello scoprire il mondo, le persone che lo hanno reso quello che è oggi nel bene e nel male. Ricordo soprattutto con grande affetto le mie insegnanti che mi hanno fatto diventare sin dai primi banchi di scuola quella che sono oggi. E’ merito loro se faccio questo mestiere, se lo amo così tanto, se oggi voglio dare a mia figlia gli stessi insegnamenti che un tempo ho ricevuto da loro. La scrittura, la lettura, l’arte, la mia caparbietà, il mio modo di ragionare è frutto del loro lavoro, incessante, costante. Con molte di loro mi sento ancora. E’ stato un vero piacere sapere che negli anni non mi hanno mai dimenticata, così come ho fatto io con loro. Hanno letto i miei articoli, i miei libri, mi hanno voluto bene anche dopo aver lasciato quei banchi e per questo le ringrazio ancora: dalle maestre delle elementari così presenti, amorevoli e preparate, che hanno messo le basi per quello che sono diventata, a quelle delle medie e del liceo che spesso rivedo e mi emozionano ancora. Gli anni successivi alle elementari li ho frequentati alle Marcelline, una scuola privata certo, ma una scuola dove soprattutto ho trovato un’attenzione fortissima per la persona, per l’individuo, per la sua crescita. Non sono le date della scoperta dell’America o della Prima Guerra Mondiale a fare una persona, ma il bagaglio di valori che questo porta con sé, che si frequenti una scuola pubblica o non.
Lunedì sul Corriere della Sera è apparso un meraviglioso pezzo firmato da Ernesto Galli della Loggia che vi invito a leggere se non lo avete ancora fatto. Si intitola “La grande crisi della scuola” e delinea con cura e meticolosa attenzione quello che è lo stato attuale della scuola italiana, spiegando come essa è nata.
Voglio credere ancora nella scuola perché se non fosse così non vedrei futuro in questo Paese per i nostri figli. A noi genitori il compito di fargli amare con tutta la loro forza la scuola, il bello di imparare, per farli diventare un giorno adulti capaci di parlare correttamente, di ragionare con complessità, di coltivare le relazioni, di rispettare chiunque e prima di tutto loro stessi e il loro Paese, così bisognoso di legami, di stima e di amore. Ai politici invece il compito di pensare davvero alla cosa pubblica, a noi cittadini, a quelli che un giorno diventeranno i nuovi elettori da un lato e i nuovi eletti dall’altro. Amiamo un po’ di più l’Italia e facciamolo proprio dai banchi di scuola!

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