L’altro giorno mi trovavo nella nuova Feltrinelli di Milano e, aspettando una persona, mi sono messa a gironzolare tra i tavoli stracolmi di libri appena usciti, di chicche da non perdere e da proposte accattivanti. Tra i tanti volumi spiccava il tanto chiacchierato “Lavorare tutti, lavorare gratis” del sociologo Domenico De Masi. Sicuramente ne avete sentito parlare, d settimane infatti il provocatorio saggio sta facendo parlare di se’. Mi sono soffermata a leggerne qualche passo e non ho potuto che provare disappunto per quello che stavo leggendo. Vi voglio citare qui l’ultima frase del volume, che sintetizza la tesi di De Masi: “Mille volte meglio lavorare gratis che non lavorare affatto! Perciò, disoccupati di tutto il mondo, connettetevi! Non avete che da perdere la vostra depressione!” Ecco la chiusa del libro andrebbe bene come monito a quel prototipo di disoccupato che forse è nell’immaginario dei più, canottiera bianca, barba incolta, stravaccato sul divano con il telecomando in mano, poca stima e poca voglia di fare, poca speranza nel futuro. Tuttavia i disoccuapati italiani non sono solo questi al giorno d’oggi.


Sono giovani che hanno carriere universitarie brillanti, trentenni che passano da un contratto mensile ad un altro con la speranza un giorno di poter fare un mutuo e comprare casa, sono cinquantenni lasciati a piedi tutto d’un tratto che non sanno cosa fare della loro vita cambiata tutta d’un tratto. Queste persone che hanno di certo competenze, talento e professionalità importanti, conquistate col sacrificio, con l’impegno e con i denti, dovrebbero secondo De Masi mettersi al servizio della società, lasciare il nido per contribuire in maniera gratuita al bene comune. Immagine lodevole, ma tutt’altro che giusta. Quello che però proprio non mi va giù della tesi di De Masi e’ quel titolo che torna una pagina dopo l’altra: lavorare tutti, lavorare gratis. Forse il sociologo non sa (come molti altri ben inteso) che lavorare gratis o quasi e’ richiesto a tanti, tantissimi professionisti che nella loro quotidianità si vedono costretti a fare i conti con persone, aziende (anche molto prestigiose) che pretendono i loro servigi gratuitamente, ostentando addirittura un atteggiamento fiero e spavaldo che spesso sembra dire: “oltre a non pagarti devi provare gratitudine per l’opportunità che ti stiamo offrendo”. Bene io che ho sempre creduto nella gavetta, soprattutto in un mestiere come il mio, quello del giornalista, che come insegnava Clark Gable in “Dieci in amore” si impara sulla strada, giorno per giorno, io che amo profondamente il mio lavoro con tutta me stessa, non posso però stare zitta leggendo un simile titolo. In una professione che ai più sembra dorata, fatta di privilegi e sfarzi, ebbene negli ultimi anni c’è stato un vertiginoso abuso di questo sistema. Quante professioniste di talento ho visto e vedo ogni giorno sudare sette camicie per affermarsi, per ottenere quello che è loro, mio, di diritto: lavorare e, aggiungo, cosa per nulla scontata essere pagate per questo. Ci sono talenti nella mia professione enormi, persone capaci, brave, appassionate, ferme ai blocchi di partenza da troppo tempo. Giornaliste che come ogni giorno si svegliano, lavorano 10-12 ore ad un progetto che forse rimarrà fermo in un cassetto, scrivono per poche manciate di soldi, girano l’Italia per raccontare i fatti, le storie, mettendoci l’anima e il cuore, e sperando sempre in quel sogno che abbiamo imparato a conoscere e ad amare nei film di Hollywood come Il diavolo veste Prada in cui il merito, l’impegno, il sacrificio veniva riconosciuto e premiato. Qui invece l’Italia di oggi è ferma, bloccata, impossibilitata ad andare avanti nella TV, nei giornali, nella politica, nella società perche’ non da’ la possibilità a giovani capaci di mettersi in gioco davvero. Non si rischia, si punta sul cavallo certo, e si lascia in panchina l’incerto, rendendolo insicuro, fragile, incerto così come il suo futuro, fatto di promesse, di contratti che non sono un impegno, ma solo un “vedremo”, di progetti che si lasciano nel cuore, ma che non prendono forma per la mancanza di una garanzia economica che tarda ad arrivare. Il sogno americano anno ’50, quello della famiglia un po’ Mulino Bianco, fatto di cose sicure, come un tetto di proprietà, un’utilitaria, dei figli e così via e’ svanito e con esso anche quel fermento di idee che allora vedevano la luce. Nulla era semplice, ricordo sempre il racconto di Mike Bongiorno che diceva di aver passato giorni nei corridoi delle reti TV con in mano il suo progetto di un programma televisivo rivoluzionario come il Rischiatutto. Beh oggi Mike sarebbe seduto ancora la’, ma forse un giorno gli avrebbero detto “ma si dai vediamo , magari ci proviamo, vediamo come va, ovviamente tu rischi con noi lavorando gratis…” Ecco allora che Lavorare tutti, lavorare gratis non mi sta bene, perché tutti hanno il diritto, come ci ricorda la nostra Costituzione, di farlo, perché e realizzazione personale, perché è giusto che se uno lavora deve essere pagato, perché ognuno deve essere gratificato per l’impegno, la professionalita, il tempo…

anche in un lavoro come il mio le cose devono cambiare De Masi, nessuna di noi sta a casa rischiando la depressione, troppo forte e’ l’amore è la passione che proviamo per quello che è uno dei mestieri più belli del mondo. Penso a Vera, a @vivianaguglielmi, a Marion Guglielmetti, a Francesca Favotto, a Emanuela Meucci, a Nadia Afragola, a Francesca Senette e a tante altre: donne, giornaliste, professioniste vere che negli anni 80 avrebbero fatto carriera così come era giusto, nei tempi e nei modi corretti, e che invece ogni giorno fanno i conti con una società che ragiona così, facendo lavorare si ma gratis, illudendo, dando solo manciate di promesse e di qualche euro che certo non basta per vivere. Un mestiere per ricchi insomma, un mestiere che ha bisogno di altro invece, ha bisogno di quella vivacità intellettuale di cui e’ vorace, di quella creatività che non è distratta dalle preoccupazioni di un contratto che sta per scadere e chissà se verrà rinnovato. Caro Domenico De Masi sono 8 anni che faccio la giornalista, non potrei immaginare di fare nient’altro. Quando mi squilla il telefono e mi dicono di fare un’intervista il mio animo si riempie di gioia, mi sento viva e felice, quando scrivo un articolo mi emoziono come la prima volta, ma ogni giorno io, come tante altre persone attorno a me, devo fare i conti con infinite promesse in cui continuò a sperare, a lavori gratuiti accettati, grazie alle spalle coperte da marito e genitori, a progetti meravigliosi che stentano a nascere, rallentati da riunioni su riunioni, budget, ecc

Io come chi è nella mia situazione ha accettato di lavorare gratis sperando nel futuro, nella gloria, nel domani, tuttavia quanta amarezza nel vedere una società rallentata da tutto questo, che spreme il talento finché può, lo limita, lo usa al minimo delle sue potenzialità e poi lo getta via, facendo venire avanti il prossimo. No De Masi non ci sto, non ci devono stare gli italiani, i disoccupati, i precari, i sognatori. L’Italia può cambiare si, ma lavorando davvero, pagando ciascuno per il proprio valore e così tutto potrà davvero ripartire. Economia e autostima compresi.

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